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La ragione della variazione di costo non è ancora chiara“… se ci si ostina a pensare secondo l’economia classica e la sua teoria del valore-lavoro.
Diventa chiarissima dopo Menger (e stiamo parlando del 1871) e la sua rivoluzionaria teoria del valore (e non è un mio parere personale, che sia stata rivoluzionaria, visto che generalmente ci si riferisce ad essa proprio chiamandola rivoluzione marginalista).
La spiega icasticamente Israel Kirzner in questa lezione, The History of Austrian Economics, nei dieci minuti circa che seguono a partire dal minuto 32 circa (sia il link che il video qui sotto dovrebbero partire già dal punto giusto).

15 Comments

  1. Credo che da un centinaio d’anni circa nessuno si ostini piu’ a pensare secondo la “labour theory of value” o simili: a quanto ne so, la rivoluzione marginalista e’ stata integrata in ogni teoria economica (bleah) mainstream. La pur brillante lezione del tizio mi sembra una lezione di storia dell’economia (ma ne ho visti solo alcuni minuti). Aspetta! stai scrivendo dal 1910?

  2. Forse — comprensibilmente — non hai letto il link dell’articolo del post, ma la frase che ho citato, la ragione della variazione di costo non è ancora chiara prosegue proprio chiosando a meno che si pensi che un piccolo stetoscopio di plastica possa essere più costoso da produrre di uno stampino per i cupcake.
    Ma i giornali italiani sono provinciali, dirai, chi mai legge i giornali italiani?
    Quel giornale italiano, però, citava/riportava/traduceva un articolo dell’Economist: è italiano l’Economist? Vediamo cosa dice l’Economist: this can’t simply be explained by the cheap accessories that come with it — why should a miniature plastic laptop be valued so much higher than a chef’s tiny cupcakes?
    Di più, viene citato un economista dell’università di Chicago, tale Matthew Notowidigdo (dici che si tratta di un economista del 1910?), il quale calls it the “Barbie Paradox” e, conclude, price discrimination is *probably* at work. E’ probabile, sì (l’enfasi con gli asterischi l’ho aggiunta io), però è proprio buffo questo paradosso.

    Ok, ok, la smetto, perché in gran parte hai ragione: per fortuna la sintesi neoclassica moderna ha fatto propria in gran parte la lezione di Menger e ha superato in gran parte la teoria del valore-lavoro di Smith/Ricardo/Marx. Evidentemente paghiamo soltanto il fatto che in Italia la Vera Cultura, quella che abbiamo imparato ad onorare da Croce e Gentile, quella che si insegna nei Licei, meglio se Classici, e che si respira nei giornali, non contempla affatto l’economia (alle scienze hanno pur concesso un liceo, seppur di grado inferiore, ma l’economia non si insegna nemmeno lì), e dunque sia chi scrive che chi legge sta solo facendo amabile conversazione da salotto (è italiano l’Economist?).

    Concludo precisando il perché abbia enfatizzato in gran parte. Il motivo è che in realtà anche in contesti più professionali e meno giornalistici, l’economia (bleah) mainstream tende a non dare la giusta (giusta dal punto di vista degli austriaci: la lezione di Kirzner del video era sì in chiave storica, ma in prospettiva austriaca), tende a non dare, il mainstream, dicevo, la giusta importanza all’utility, affiancandole spesso l’altra lama di Alfred Marshall (we might as reasonably dispute whether it is the upper or the under blade of a pair of scissors that cuts a piece of paper, as whether value is governed by utility or cost of production).

  3. Non c’e’ nulla di italiano nella questione (e cosa tu stia pagando, non lo so), a parte la solita abitudine di copiare a man bassa articoli dall’estero. Liberissimo tu di fissarti sull’ironia dell’affermazione dell’Economist a inizio articolo e darle il peso che ti pare: la lama sbagliata, quello che vuoi.

    Il punto e’: se parli dal 1910, o da una qualche nicchia atemporale da cui tutto e’ chiaro, il professore barbuto e’ la risposta a tutto: e’ chiaro! l’utilita’ marginale! finche’ vi fissate sulla lama sbagliata, come fate a capire la Barbie? (risposta 1: non si sono fissati sulla lama sbagliata, a parte l’inquietante, terrificante battuta iniziale, che spalanca ovviamente un abisso sull’educazione sbagliata di chi scrive, orrore, ora e’ chiaro con chi hai a che fare; risposta 2: in che modo nello specifico l’utilita’ marginale spiega la cosa? boh, non e’ quello che importa)

    Se parli dal 2013, e se ti interessano queste cose -come al tizio di Chicago- magari il fenomeno reale e specifico che hai sotto gli occhi ti interessa di piu’ che recitare estatico la teoria A o B e cercare (se ti resta il tempo) di applicarla. Lo leggi in tutti i modi ortodossi o eterodossi che riesci a tirare a mano, ci guardi dentro perche pensi di capire qualcosa di piu’ che recitando i versetti di qualche sacro libro. Pratica medievale questa da cui, in genere, gli economisti moderni sono immuni -una delle poche pratiche intellettualmente ignobili da cui sono immuni. Molti degli “austriaci” moderni, in cui non ti metto, intendo quelli professionisti (a cui probabilmente Menger vomiterebbe volentieri addosso) non ne sono immuni: praticamente non fanno altro. Una lezione del 1910 spiega tutto quel che succede oggi semplicemente perche’ l’umanita’ da allora ha smarrito la strada (l’Italia di Croce e Gentile? ma no, il mondo!). Sono un po’ i farisei della comunita’, ma meno di numero. Per cui, come te qui, tendono a dare un’importanza incredibile al fatto che una frase, in un articolo, magari implica un’attenzione morbosa alla lama inferiore delle forbici (a mio parere, in questo caso, sbagliando), molta piu’ attenzione che a tutto il resto.

    Ho letto solo l’articolo dell’Economist e non conosco l’economista di Chicago. Ho una bassa opinione di loro in generale, davvero, e li considero limitati praticamente per antonomasia (non esagero), ma per esperienza so che da queste cose loro (e l’Economist) a volte riescono a spremere qualche conclusione stimolante. E’ molto poco, meglio che niente, e’ forse il meglio che io abbia mai trovato.

  4. che palle: terzo paragrafo, prima riga dal basso: non “molta piu’ attenzione che a tutto il resto” ma “molta piu’ importanza che a tutto il resto”. Scusa…buonanotte.

  5. non ho ben presente le aspettative delle famiglie upper class statunitensi, ma francamente non trovo nessuna correlazione tra il prezzo e il costo delle bamboline che fanno determinati lavori nell’elenco presentato dal post e in modo curiosamente identico dall’economist. vorrei anche sottolineare che l’economista che ha elaborato la sagace teoria ha un cognome buffo e questo ne limite l’impatto.

    • il sottotitolo dell’articolo dell’Economist e’
      Barbie doll prices vary by job, with only a moderate relation to actual salaries

  6. purtroppo il messaggio mi è partito ma c’è un refuso. la frase in mezzo era “non trovo nessuna correlazione tra il prezzo e il lavoro che fanno le bamboline nell’elenco presentato dal post “

    • si’ Rob, la teoria e’ sbagliata. Hai qualche altra osservazione irrilevante da fare?

  7. Mi dispiace, Franco, ma non ho capito nulla del tuo commento-sfogo.
    A parte, forse, che probabilmente non si è capito niente di quel che volevo dire, né nel post né nel mio successivo commento.
    Provo a ripercorrere le cose, spogliandomi di vaghe allusioni e ironia, e cercando di non lasciere troppi riferimenti sott’intesi.

    E insomma, c’è questo articolo dell’Economist in cui ci si chiede come possa succedere che due beni del tutto simili, dal punto di vista dei costi di produzione, possano avere prezzi così diversi. Una domanda molto ingenua, commentavo, perché risale al Menger del 1871 la “scoperta” del valore intrinsecamente soggettivo dei beni (finali, di consumo) e del suo ruolo fondante nella determinazione del valore di tutti gli elementi intermedi nella struttura di produzione, fino alle “risorse naturali” di partenza. L’opposto della concezione precedente.
    Quel breve passo della lezione di Kirzner che linkavo mi sembrava un bel riassunto della faccenda e ho voluto segnalarlo: il valore di una Barbie dipende prima di tutto dal valore che gliene dà chi la desidera, chi è disposto a pagare per essa. Ed è anzi il fatto che possa essere usata per produrre una barbie (e un sacco di altre cose, ovviamente) che conferisce valore alla plastica con cui è fatta la barbie, e non viceversa.
    Ok, siamo negli anni 2000 e ho preso un video del ‘900 per spiegare un concetto dell’800: un po’ come citare Ernst Mach per spiegarti l’errore che faresti portandoti sulla Luna dei piombini nelle tasche per pesare lì quanto pesi sulla Terra. Scelta divulgativa discutibile, non lo metto in dubbio, ma che ci vuoi fare?

    Ad ogni modo, il punto su cui mi stavo focalizzando era quello: considerare un’acquisizione di 150 anni fa come un paradosso non ben compreso.
    Un fatto piuttosto clamoroso, ma che non significa necessariamente che tutto ciò che scrive l’Economist sia insulso o fermo a due secoli fa.
    E anche sulla questione particolare del prezzo delle barbie, di spunti per osservazioni interessanti ce n’erano, e.g. il self-pricing: quella pratica per cui si cerca di aggirare il limite della consuetudine delle economie occidentali, in cui sul prezzo non si mercanteggia più in ogni singola transazione, per cercare di scucire più soldi per uno stesso bene a chi per quello stesso bene è effettivamente disposto a pagare di più, senza con ciò impedire l’acquisto a chi invece non è disposto a pagare così tanto. Nota però che anche il self pricing non costituisce materia controversa, bensì un concetto piuttosto basilare per chi studia economia: lo si vede con prepotenza tutti i giorni nei supermercati, in cui offrono la torta a basso costo disincentivandoti il più possibile all’acquisto scrivendoci sopra grande e grosso un “primo prezzo”, che si traduce inequivocabilmente in un “non pensare di portare questa torta per la cena con gli amici, ci faresti una figuraccia!”, in modo che tu prenda la stessa torta, per qualità e “costi di produzione”, pagandola più del doppio, solo per poter avere in evidenza il nome della rinomatissima marca la quale, al contrario, ti farà fare un’ottima figura con gli amici. Un concetto così semplice e basilare che mi suona proprio strano che gli economisti citati dall’Economist concludano che, sì, probabilmente è quello che spiega il paradosso.
    Forse più interessanti potevano essere considerazioni sul perché a certe barbie piuttosto che ad altre viene dato più valore, ma di questo si limitano ad offrire un’ipotesi (la correlazione con i guadagni tipici di una certa professione) e qualche dato empirico più o meno di supporto.

    Per tornare alla teoria di Menger, la cosa mi stava particolarmente a cuore perché al di là dell’ignoranza dell’uomo della strada che tende sempre a pensare al valore in termini oggettivi e basati sul costo, c’è anche una tendenza degli economisti mainstream a non cogliere appieno il senso della sua rivoluzione. Perché sì, hanno inteso il carattere soggettivo del valore, ma poi parlano del prezzo come dell’incontro tra domanda e offerta, equiparando il ruolo delle scelte individuali a quello della scarsità nella determinazione del valore dei beni. E certo, se di un bene si riduce la disponibilità, il suo valore aumenterà, non sarò certo io a negarlo, però anche i disegni di mia figlia sono rari, rarissimi… eppure il loro valore di mercato non dipende affatto dalla loro disponibilità. Il punto è che l’elemento fondante nella determinazione del valore è il giudizio soggettivo dei consumatori sui beni di consumo finali, il quale propaga valore a tutto il resto della catena di produzione. E’ come dire che il valore di un bene è dato dall’incontro fra domanda e costo dell’energia elettrica per produrlo: certamente il costo dell’energia ha un ruolo, ma l’errore è confondere piani concettuali profondamente diversi.

    Concludo infine sul perché abbia tirato in ballo Croce e Gentile: nel domandarmi come fosse mai possibile che un concetto economico assodato da decenni e decenni venisse presentato come un paradosso non ben compreso, mi rispondevo che una parte di responsabilità ce la devono aver avuta anche i programmi scolastici che ignorano pressoché completamente economia e diritto, permettendo così, mi figuravo, che i lettori accettino simili grossolanità anche su riviste e giornali sedicenti specializzati in materia.

    Spero sia più chiaro quel che volevo dire e spero che in qualche modo questi miei chiarimenti possano costituire una risposta al tuo commento.

  8. “il valore di una Barbie dipende prima di tutto dal valore che gliene dà chi la desidera, chi è disposto a pagare per essa.” lo do per scontato per la maggior parte dei prodotti con cui ho a che fare. le ragioni sono le stesse per cui un volo milano-melbourne costa molto meno di un volo melbourne-milano o perchè un iphone costa meno comprato in un posto che dall’altra parte dell’oceano. la cosa che trovo bizzarra in questa teoria della barbie è che basterebbe fare una telefonata alla mattel e scoprirlo. ovviamente non è così semplice. mica te lo dicono se telefoni. ma non stiamo parlando di complesse dinamiche, ma di un prodotto che ha un produttore. alzi la cornetta e chiedi “perchè minchia la barbie paleontologa costa così tanto? se mia figlia vuole fare la paleontologa la prendo a badilate”.
    se qualcuno pensa che nelle economie occidentali non si mercanteggia sul prezzo non ha mai avuto a che fare con un idraulico o una impresa edile con la quale mercanteggi proprio il prezzo della prestazione. noi forse non mercanteggiamo il prezzo dei prodotti materiali (ma lo consideriamo sconveniente nei negozi, perchè nei mercati lo possiamo anche fare) ma mercanteggiamo ogni qual volta abbiamo a che fare con prodotti il cui prezzo è scollegato dal valore materiale dei beni che lo compongono. questo in genere non lo fa l’uomo della strada. ma in ambito lavorativo si fa eccome. il mio capo mercanteggia il prezzo di licenze di software, senza mai ottenere nulla, ma chi è più abile di lui si porta a casa a 10 roba che costa 50 e solo perchè quella cosa (in genere software) non costa affatto 50, nè 10, nè il numero che si vuole, presa singolarmente.
    a questo punto qualcuno dovrebbe spiegare al mio capo come si fa a mercanteggiare. ma credo sia una cosa troppo ostica.

    • grazie.

    • Sì, sì, certo, ovvio: il self-pricing si applica nelle circostanze in cui la consuetudine non prevede il mercanteggiamento.

  9. Va bene, cerco di far chiarezza anch’io.
    Sono rimasto sconcertato dall’impressione che abbiamo letto due articoli diversi. Qui mi riferisco all’Economist, il Post l’ho mollato.

    Nell’articolo che ho letto io, il giornalista non mostrava pecche di cultura economica, pareva preparato, e in partenza toccava ironicamente l’ipotesi che un prezzo triplo per una determinata Barbie provenisse da qualche gadget di plastica in piu’ (non si sa mai), per poi passare a parlar d’altro.

    Sia il giornalista, che l’economista di Chicago, sanno perfettamente, a mia impressione, cosa sono cose come il self-pricing e le hanno in mente -per dire, il termine “Barbie paradox” era stato diffuso da una giornalista, citata dall’Economist
    http://www.slate.com/articles/double_x/doublex/2012/12/doctor_barbie_costs_more_than_magician_barbie_why.html
    che parlava diffusamente proprio di queste cose (tipo: a mo’ di esempio spiegava i meccanismi e guadagni che stanno sotto alla creazione della business class sugli aerei).

    Quindi per me i giornalisti sanno di cosa stanno parlando. Ho l’impressione che tutte le nozioni, teorie marginaliste ecc., che gli spedisci contro come critica, siano in realta’ per loro dei tranquillissimi presupposti. Puoi capire che son rimasto un po’ sconcertato a leggerti.

    c’è questo articolo dell’Economist in cui ci si chiede come possa succedere che due beni del tutto simili,
    dal punto di vista dei costi di produzione, possano avere prezzi così diversi.

    Certo: ma non e’ che hanno appena riscoperto il valore intrinsecamente soggettivo dei beni (finali, di consumo) . Invece si dicono un po’ tutti e 3, Slate, Chicago ed Economist: “ok, qui c’e’ una price discrimination all’opera, da dove viene?”

    Si’, d’accordo, nei supermercati si usano i tanti meccanismi che dici tu per indurre la gente a comprare cose praticamente identiche a prezzi diversi. Ma quella e’ cosa piuttosto nota, i meccanismi si conoscono. Con le Barbie quali sono i meccanismi?
    Se dici “saranno meccanismi simili”, oppure “ovviamente chi compra la Barbie Computer Scientist gli da’ un valore triplo che alla Barbie Guardiana dello Zoo”, non e’ che hai capito molto di piu’ (e’ quello che cercavo di dire oscuramente prima). Il problema dei giornalisti era: quali meccanismi, perche’?

    Tu dici:

    Forse più interessanti potevano essere considerazioni sul perché a certe barbie piuttosto che ad altre viene dato più valore, ma di questo si limitano ad offrire un’ipotesi (la correlazione con i guadagni tipici di una certa professione) e qualche dato empirico più o meno di supporto.

    Ma l’articolo che ho letto io e’ appunto su quello!
    E non e’ che ci arrivino a capo eh. E’ un problema aperto, se mai interessasse a qualcuno (Roberto e’ fuori gioco).

    • Sì, forse cercavo solo un preteso per mettere un link al video di Kirzner… :)

        • Franco
        • Posted 2013/04/08 at 22:17
        • Permalink

        ma porc…


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